Olio tunisino senza dazi: decisione UE contestata

M5S: “Il PD vota per l’invasione dell’olio tunisino e uccide il Made in Italy”. Azione Nazionale: “Altro che valorizzazione della vocazione agricola del Salento!”. Proteste anche dagli agricoltori. Il PD si difende: “Necessario aiutare l’economia tunisina dopo attentati terroristici di Bardo”.

La Commissione commercio internazionale del Parlamento Europeo, con 31 voti a favore, 7 contrari e un’astensione, ha approvato il piano che prevede l’importazione, senza dazi, di 35 mila tonnellate all’anno di olio d’oliva proveniente dalla Tunisia, per il 2016 e il 2017. Per l’approvazione definitiva occorrerà la votazione dell’assemblea plenaria di Strasburgo, prevista per fine febbraio.

Tra i gruppi italiani hanno votato a favore il Partito Democratico e Forza Italia. Gli altri voti favorevoli sono provenuti da altri parlamentari iscritti al gruppo del Partito Popolare Europeo. Se approvata, la quota di olio importato dalla Tunisia andrebbe ad aggiungersi alle 56 mila e 700 tonnellate annue già previste dall’accordo di associazione fra Unione Europea e Tunisia.

“Altro che valorizzazione della vocazione agricola del Salento!” – commenta Roberto Tundo, di Azione Sociale. “Prima il colpevole ritardo per fronteggiare la diffusione della Xylella Fastidiosa, poi l’accordo per l’importazione di olio tunisino a dazio zero. “Azione Nazionale” è al fianco della protesta degli olivicoltori salentini (ed italiani)”.

Va giù duro il Movimento 5 Stelle Europa, secondo il quale “il PD in Europa abbaia ma non morde” e sarebbe “un partito venduto al più becero capitalismo”.

“Dietro l’invasione dell’olio tunisino – si legge in una nota del M5S – ci sono precisi interessi economici in gioco: l’obiettivo è quello di affossare i piccoli e medi produttori del Sud Italia, mentre ai grandi viene data la possibilità di comprare a prezzo stracciato l’olio extraeuropeo per poi spacciarlo Made in Italy, come in passato già dimostrato dalle inchieste della magistratura. Tagliano gli ulivi secolari e fanno entrare olio dalla Tunisia per assecondare l’Europa. Poi in TV fanno finta di fare la voce grossa con Bruxelles”.

Per i pentastellati, l’agricoltura italiana viene usata ancora una volta come “merce di scambio per la politica internazionale”. “La Mogherini, che ha ideato il piano, conosce le conseguenze economico-sociali di questa politica iper-liberista?”, si chiedono. Insinuano dei dubbi, legati agli interesse del premier tunisino, Habib Essid, che è anche uno dei maggiori produttori di olio del Paese e che, dal 2004 al 2010, è stato direttore esecutivo del Consiglio oleicolo internazionale. “Con questa importazione – insinuano ancora – senza dazi si vuole aiutare il popolo tunisino o gli affari dei suoi governanti?”.

“L’Europa – ricordano gli attivisti – sta già facendo molto per il popolo tunisino. Nel 2011 anni ha stanziato nel programma di macro assistenza finanziaria ben 800 milioni di euro. Nel 2015 sono stati erogati 100 milioni di euro, una prima tranche di un prestito complessivo di 300 milioni. Perché adesso questa ulteriore apertura? Alcuni sospetti nascono dagli interessi economici dell’attuale primo ministro tunisino”.

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Le conseguenze, secondo le previsioni del Movimento 5 Stelle, sarebbero molto dure per l’economia agricola italiana: “Un aumento del 40% di importazione di olio distruggerà la produzione olivicola pugliese, siciliana e non solo. È uno schema suicida per l’economia del Sud Europa, così come dimostrato dai precedenti accordi con il Marocco, che hanno contribuito a distruggere la produzione di arance nel Sud Italia e causato indirettamente tensioni sociali, come quelle vissute a Rosarno”.

In un articolo pubblicato su l’Unita.tv, organo di comunicazione del Partito Democratico, Lia Quartapelle difende il PD dalle accuse del M5S e ricollega le motivazioni della decisione alla necessità di aiutare l’economia tunisina in seguito agli attentati terroristici dello scorso marzo 2015, così come stabilito con la Risoluzione 8-00106 del 5 maggio 2015 della Commissione Affari esteri, con cui si decise di sostenere l’economia tunisina, anche con una sorta di “Piano Marshall”.

Nella Risoluzione si legge che “Tunisi resta un interlocutore privilegiato per gli investitori e le imprese italiane e ciò malgrado le perdite registrate nel settore del turismo dopo gli attentati del Bardo e alla luce dell’iniziativa assunta dal Ministro Gentiloni sul taglio di 25 milioni di euro del debito tunisino, unitamente alla proposta di un «piano Marshall» per la Tunisia derivante dalla destinazione verso Tunisi di una parte significativa dei finanziamenti provenienti dal piano Junker per contribuire ad una crescita sostenibile”.

Solo un obiettivo umanitario dietro questa decisione, secondo Lia Quartapelle. Eppure, proprio il testo della risoluzione citata genera qualche sospetto in più, dal momento che si parla di imprese italiane, investimenti italiani e Piano Marshall.

Infine, secondo l’autrice dell’articolo va considerata “la relativa dimensione del mercato tunisino rispetto a quello europeo (l’Italia produce in media 400mila tonnellate di olio all’anno: è una chiara esagerazione temere che 35mila tonnellate di olio in più da esportare in 28 paesi europei possano mandare sul lastrico tutti i produttori italiani)”.

A parlare di agricoltura usata come merce di scambio è anche Coldiretti: “Ancora una volta in Europa il settore agricolo diventa merce di scambio senza alcuna considerazione del pesante impatto sul piano economico”, afferma Tulio Marcelli, Presiente di Coldiretti Toscana.

Per la Cia (Confederazione italiana agricoltori) e Agrinsieme è un nuovo “schiaffo ai nostri agricoltori”. “Pur condividendo l’obiettivo di solidarietà dell’Europa – sostengono – nei confronti di Paesi terzi in difficoltà socio-economiche, tramite azioni commerciali di privilegio, non va dimenticato che non si può sempre penalizzare l’agricoltura e, in particolare, le produzioni mediterranee”.

Per Paolo Rossi, direttore di Confagricoltura Grosseto tutto questo provocherà “un inevitabile ulteriore crollo del prezzo dell’olio italiano”, ma la questione riguarderebbe – secondo Rossi – anche la qualità del prodotto, la certificazione d’origine e la sua tracciabilità alimentare.

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