Gatti randagi, una volontaria chiede aiuto al Comune

A causa dell’età avanzata e di alcuni problemi fisici una volontaria leccese non può più garantire il suo sostegno ai gatti randagi di cui è sempre occupata, e chiede così l’intervento dell’Assessorato al Randagismo

Diciotto anni trascorsi ininterrottamente ad aiutare i gatti randagi di Lecce, curandoli e nutrendoli. Ora però l’età un po’ avanzata e le precarie condizioni fisiche non le consentono più di ottemperare a questo compito con quotidianità, così ora cerca aiuto e, soprattutto, l’intervento del Comune di Lecce e dell’Assessorato al Randagismo.

Lei è una volontaria residente nel capoluogo salentino che finora si è occupata assiduamente delle colonie feline della città, soprattutto quelle che vivono in alcune aree nei pressi del cimitero, composte da circa 250 gatti. Un amore incondizionato verso questi animali per i quali ha sopportato notevoli sacrifici economici e messo a rischio la sua incolumità:

Se ci si sa fare, grazie ai gatti è possibile arricchirsi. Io però non l’ho mai fatto, altrimenti al giorno d’oggi sarei una persona benestante. Vivo invece con una modesta pensione e per amore dei felini randagi di Lecce ho venduto una multiproprietà, una casa e ho messo in vendita un’altra mia proprietà. Per amore dei gatti ho anche subito una frattura scomposta alla mano, a causa di una caduta mentre li stavo rifocillando. In un’altra occasione, invece, sono stata aggredita verbalmente e fisicamente dal padrone di un cane di grossa taglia che si era appropriato del cibo che avevo lasciato ai gatti di via Vecchia Surbo: alla mia sollecitazione di richiamare il suo animale, l’uomo ha prima inveito contro di me con espressioni pesanti e offensive, per poi scagliarmi contro il secchio contenente il cibo per i gatti, che ha per fortuna solo sfiorato il mio volto.

La signora si è occupata nello specifico delle colonie feline presenti in sette punti: la Manifattura Tabacchi, l’area adiacente il “Vivaio Rizzo”, l’area presso Biblioteca e Cantiere dell’Università del Salento in via Di Valesio, quella comprendente l’ateneo leccese e la scuola “G. Marconi” in via D. Birago (conosciuta come “la sbarra”), l’area nei pressi del Museo Castromediano, il Cimitero e il Cantiere Semeraro in via Vecchia Surbo.

La volontaria ha sfamato gli animali a sue spese o contando sui viveri distribuiti da un funzionario ENPA fino al luglio 2015, quando lo stesso Ente Nazionale Protezione Animali ha individuato un’altra persona, residente a Lecce, come referente per il nutrimento delle colonie. Il nuovo responsabile, insieme ad altri volontari di sua fiducia, non può però occuparsi del Cantiere Semeraro di via Vecchia Surbo (proprio l’area dove l’anziana volontaria ha subito l’aggressione che lei stessa ha descritto), perché quell’area è stata posta sotto sequestro.

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Anche per questo, parte la richiesta di aiuto della volontaria, che chiede l’intervento dell’assessore al Randagismo Andrea Guido, il cui impegno in merito, secondo la signora, non è stato affatto sufficiente:

L’assessore finora si è distinto per la realizzazione del gattile all’interno dell’ex ospedale “Galateo” di Lecce, ma per le colonie esistenti non ha finora fatto molto. Si è dimostrato disponibile con me nei primi tre mesi del suo mandato, ma non ha mai fatto nulla di concreto; lo scorso 23 dicembre, addirittura, non ha voluto ricevermi, allontanandomi anche in un modo piuttosto brusco. Ero andata da lui per chiedergli ancora una volta di non abbandonare i gatti e di agire in loro aiuto.

La signora sottolinea, poi, come proprio il Comune sia il responsabile principale dei randagi presenti sul territorio, in questo caso i gatti, e ricorda il contenuto del Regolamento comunale per la tutela ed il benessere degli animali, in particolare due commi dell’art. 34, che disciplina proprio le colonie feline e i gatti liberi: il comma 1 stabilisce che “le colonie feline sono tutelate dal Comune di Lecce, che, nel caso di episodi di maltrattamento, si riserva la facoltà di procedere a querela nei confronti dei responsabili, secondo quanto disposto dalla normativa vigente“; il comma 3, invece, recita che “è vietato a chiunque ostacolare o impedire l’attività di gestione di una colonia felina o di gatti liberi, asportare o danneggiare gli oggetti utilizzati per la loro alimentazione, riparo e cura (ciotole, ripari, cucce, ecc.)“.

Due disposizioni i cui contenuti ritornano anche nella legge nazionale n. 281/91, all’art. 2, commi 7-10: “7 – E’ vietato a chiunque maltrattare i gatti che vivono in liberta’. 8 – I gatti che vivono in libertà sono sterilizzati dall’autorità sanitaria competente per territorio e riammessi nel loro gruppo. 9 – I gatti in libertà possono essere soppressi soltanto se gravemente malati o incurabili. 10 – Gli enti e le associazioni protezioniste possono, d’intesa con le unità sanitarie locali, avere in gestione le colonie di gatti che vivono in libertà, assicurandone la cura della salute e le condizioni di sopravvivenza“.

Concetti, questi, ripetuti anche nella legge regionale n. 12/95, all’art. 10: “1 – La Regione promuove la tutela dei gatti che vivono in stato di libertà. È vietato maltrattarli e spostarli dal loro habitat. 2 – I gatti che vivono in libertà possono essere sterilizzati e rimessi nel loro gruppo. 3 – Enti e associazioni zoofile o gruppi di persone, d’intesa con i Servizi veterinari delle USL, possono avere in gestione le colonie di gatti che vivono in stato di libertà, curandone la salute e le condizioni di sopravvivenza“.

Le due leggi fanno riferimento al concetto di sterilizzazione. Le colonie di cui si è occupata l’anziana volontaria di Lecce comprendono circa 250 gatti (di cui circa la metà solo nel Cimitero) e ciò che lamenta parte del fronte animalista è proprio la scarsa attenzione in merito. Una volta verificata l’esistenza di una colonia felina, il Comune dovrebbe chiedere l’intervento dell’Asl per sterilizzare gli animali; in questo modo le colonie si manterrebbero su un numero limitato di esemplari, diminuendo anche il rischio di incidenti che possono vederli coinvolti o anche rappresentarne la causa.

La volontaria ha messo il cuore in questa sua attività, rimettendoci la sua economia e, soprattutto, la sua salute, e adesso spera che il Comune possa intervenire concretamente affinché alle sue colonie feline possa essere garantito tutto ciò di cui hanno diritto.

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