Le cave diventano biolaghi. Proposta rivoluzionaria di Cristian Casili

Oltre alla ormai suggestiva meta turistica che prende il nome di Lago Rosso, in prossimità di Otranto, sito un tempo destinato all’estrazione della bauxite, il Salento ne conta degli altri, quelli sfruttati anche per l’estrazione della pietra. Le cave che i salentini chiamano in gergo dialettale “tajate” sono davvero tante, ce ne sono centinaia ancora attive.

Esse offrono paesaggi per molti aspetti affascinanti per altri un po’ meno. Le cave sono state il prezzo che il territorio ha pagato, traendo anche dalla produzione olivicola, per edificare le tipiche volte a stella o a botte di molte case. Era un mercato fiorente dall’inizio dell’unità d’Italia fino ai primi anni 60’, documentato perfino in qualche percorso turistico tra le campagne di Novoli.

Il Salento, California del sud, ha anche i suoi modesti “canyon” tra Villa Convento e rione Riesci-Tufi di Arnesano, tra Cutrofiano e Cursi ecc. Molte cave di esse sono state reimpiegate come depositi degli stessi scarti di lavorazione, altre sono rimaste abbandonate, alcune sono state impiegate per la coltivazione di ulivi e fichi, capperi e altre specie.

Molte di esse sono diventate giardini di villette private, resort, campi di calcio. In località Cardamone nei pressi di Novoli, quasi a ridosso di un’antica mulattiera romana, furono ritrovati resti di mammut, di cavalli selvatici e sedimenti marini. Davvero molto affascinante.

La pietra calcarea, andata a finire, tra chiese, masserie e case rurali, proviene da questi siti che non potrebbero, mai più essere riempiti.

Oggi  potrebbero essere, invece, il serbatoio di una modesta e rivoluzionaria proposta accolta dal consiglio regionale tramite Cristian Casili.

L’idea di creare dei biolaghi nelle cave dismesse, trova consensi, non solo tra gli ambienti politici.  Si plaude al progetto che potrebbe essere finanziato con la disponibilità di 100 mila euro. Immaginatevi, quindi, laghetti, corsi d’acqua e nuovo verde, sotto le nostre vedute, per quasi 600 ettari.

L’intento è anche quello di recuperare le acque reflue per uso irriguo e aumentare il ripopolamento della biodiversità migliorandone il paesaggio.

Articolo pubblicato originariamente su TagPress

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