Informazione concordata e atti coattivi per la fase 2 del Covid-19

mascherina bavaglio - covid-19

Gruppo di scienziati guidati da Burioni propone condivisione “strategia comunicativa” con Ordine dei Giornalisti e principali media e il mandato a emanare provvedimenti vincolanti, anche restrittivi della libertà. Anche l’isolamento coatto dei nuovi positivi?

Con l’emergenza Coronavirus nel nostro Paese è stata disposta la sospensione o la compressione di alcuni diritti e libertà fondamentali, con un accentramento del potere decisionale in favore del Capo del Governo. Sulla legittimità formale e sui limiti sostanziali di queste misure si è già scritto e sono aspetti che meritano la dovuta considerazione.

Oltre a questo, incombe anche il rischio di limitazione della libertà dell’informazione e quello dell’instaurazione di una sorta di “tecnocrazia” di tipo sanitario, da qualcuno definita “dittatura sanitaria”, in cui potrebbero essere direttamente i comitati medico-scientifici a emanare misure restrittive e coercitive della libertà personale.

Sono due dei punti che rientrano nella proposta lanciata da Roberto Burioni, Pier Luigi Lopalco e altri medici e scienziati. Si tratta di un documento pensato per la fase 2, per definire strategie sanitarie a medio-lungo termine. L’idea è quella di costituire una sorta di “epidemic intelligence”, con un “sistema di monitoraggio a diffusione capillare sul territorio e con messa a punto di sistemi di  che rilevino precocemente ogni segnale di accensione di focolai epidemici” e, quando necessario, “giocare di anticipo” e ripristinare “delle misure di isolamento individuale e di distanziamento sociale laddove vi sia il forte rischio di un focolaio epidemico”.

Condivisione della “strategia comunicativa”: così si rischia l’asservimento dell’informazione

I punti della proposta che suscitano qualche perplessità sono il numero 4 e il numero 5. Quest’ultimo prevede la

“Condivisione della strategia comunicativa con l’Ordine dei Giornalisti e i maggiori quotidiani a tiratura nazionale, nonché le principali testate radio-televisive pubbliche e private per evitare i danni potenziali sia dell’allarmismo esagerato che della sottovalutazione facilona o addirittura negazionista (utilizzando anche l’esperienza sul campo nel rapporto medico-paziente).”

Pretendere ed auspicare che si evitino allarmismi e cattiva informazione, così come la diffusione di fake news, è una cosa legittima ed auspicabile. Ma è altrettanto pericoloso che una parte del mondo medico-scientifico si metta direttamente d’accordo con i principali canali di informazione e l’Ordine dei Giornalisti sulla linea editoriale o addirittura sulla “strategia di comunicazione” da seguire.

Le strategie di comunicazione sono quelle definite dalle aziende pubblicitarie, dai partiti politici, dai rappresentanti di interessi particolari (associazioni di categoria, lobby, organizzazioni politiche) e non costituiscono informazione, bensì una forma di comunicazione finalizzata al raggiungimento di interessi particolari.

Il rischio è quello di comprimere la libertà e il pluralismo dell’informazione, con gli organi di stampa appiattiti sulle posizioni di una parte del mondo scientifico e con il rischio che giornalisti non allineati possano subire procedimenti disciplinari da parte dell’Ordine dei Giornalisti.

Inoltre, un giornalismo di tipo critico, “infedele”, potrebbe facilmente essere tacciato di “complottismo” o dispensatore di fake news, anche quando riporta un’informazione corretta, basata su dichiarazioni o evidenze scientifiche, sol perché non osserva la “strategia condivisa”. Allo stesso modo gli organi di stampa principali potrebbero dare spazio esclusivamente o prevalentemente a tesi e a scienziati che fanno parte di questa strategia, chiudendo o restringendo gli spazi al resto del mondo scientifico.

Se ciò che dovrebbe essere “oggetto” dell’informazione diventa “soggetto” attivo, allora l’informazione non è altro che propaganda. L’informazione, per essere tale, dev’essere libera da condizionamenti esterni e deve avere come unico obiettivo quello di informare, cercando idealmente la verità e diffondendo la conoscenza, senza cercare di orientare o influenzare il lettore. La comunicazione, invece, ha come obiettivo proprio quello di convincere, influenzare il pensiero, infondere opinioni, in funzione di determinate finalità.

Provvedimenti vincolanti: un organo medico-scientifico potrà imporre provvedimenti restrittivi della libertà?

L’altro punto della proposta riguarda il

“mandato legale di proporre in modo tempestivo e possibilmente vincolante provvedimenti flessibili in risposta a segnali di ritorno del virus, tra cui forme di isolamento sociale (sospensione di attività, eventi sportivi, scuole, ecc…); gestione di infetti e contatti (implementata anche attraverso l’uso di appropriate tecnologie come smart phones, apps, etc come già sperimentato a Singapore ed in Corea), potenziamento di specifiche strutture sanitarie.”

Tralasciando l’aspetto del tracciamento digitale dei pazienti, con questa proposta, tuttavia poco chiara nel lessico, i proponenti sembrano rivendicare  il riconoscimento ad un organismo tecnico-scientifico della prerogativa di emanare, direttamente o indirettamente, provvedimenti vincolanti, anche restrittivi della libertà in risposta a eventuali nuovi focolai o casi positivi. Mettendo in relazione questa proposta con quanto prospettato dall’OMS e dallo stesso Burioni, non si esclude l’ipotesi anche di prelevamenti forzati dalle abitazioni di persone positive e asintomatiche, da trasferire e isolare in luoghi isolati e “dignitosi”.

michael-ryan-omsIn particolare il direttore esecutivo dell’OMS, Michael Ryan, in conferenza stampa di inizio aprile dichiara qualcosa di poco rassicurante (tradotto in italiano):

“Ora, noi abbiamo bisogno di andare a cercare nelle famiglie per trovare quelle persone che potrebbero essere ammalate e rimuoverle e isolarle in maniera sicura e dignitosa”.

Si tratterebbe di un prelievo forzoso delle persone da casa, come una sorta di trattamento sanitario obbligatorio. A conclusione della conferenza stampa, Ryan aggiunge:

“la permanenza in casa può essere realizzata solamente se disponiamo dei mezzi che ci consentano di rilevare casi sospetti, isolare quelli confermati, tenere traccia dei contatti e seguire costantemente la salute del contesto e quindi isolare una di quelle persone che si ammalano.”

Dunque, la condizione per evitare questo trasferimento coatto in un “luogo sicuro”, sarebbe quella di poter realizzare un’efficace sistema di tracciamento. Magari realizzabile attraverso l’uso di un’apposita app….

Sembra confermare queste intenzioni il già citato virologo televisivo Roberto Burioni, che in un’intervista a Sky News ha affermato la necessità “di identificare e isolare per davvero non come stiamo facendo adesso che noi isoliamo le persone a casa loro”, aggiungendo che “noi dobbiamo isolare molto bene le persone in strutture apposite per impedire che il contagio vada avanti. Con questi passaggi si può immaginare, con tutte le cautele, una graduale ripresa delle attività, però con queste cautele”.

Alla trasmissione “Che Tempo che fa?”, il 26 aprile ha ribadito il concetto:

“non posso dire che è troppo presto per la riapertura, dobbiamo essere però pronti ad interrompere il contagio che potrebbe ripartire, senza farci prendere di sorpresa. Per riprendere le attività serviranno le strutture adatte ad isolare le persone che saranno positive.”

Le intenzioni sembrano essere quelle di portare via da casa chiunque venga trovato positivo e isolarlo in apposite strutture, senza contatti e visite dei familiari.

Se queste due proposte dovessero trovare accoglienza, ci troveremmo di fronte ad un’ulteriore compressione della Costituzione, che pezzo dopo pezzo verrebbe bypassata fino a giungere ad un punto di non ritorno in cui ci si potrebbe abituare a farne a meno e a rinunciare a diritti, libertà e garanzie costituzionali.

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