Differenza tra green pass, patente, semaforo e divieto di fumo in locale pubblico

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Si legge e si sente spesso che l’obbligo del green pass è una regola come altre, come la patente di guida, il semaforo che regola il traffico per la nostra sicurezza e che uno che entra in un locale senza certificazione verde è come uno che accende la sigaretta in un locale pubblico. Ma quanto calzano questi paragoni?

La patente di guida

La patente di guida è un’abilitazione all’esercizio di un’attività pericolosa, ossia la guida di veicolo. Per ottenerla occorre studiare, esercitarsi sul mezzo e sostenere un esame teorico e uno pratico.

I requisiti richiesti per ottenere la patente sono ragionevoli e proporzionati. Bisogna avere una certa maturità (requisito anagrafico), adeguata al mezzo per il quale si vuole avere l’abilitazione alla guida, dimostrare di conoscere il codice della strada e avere un’adeguata conoscenza teorico-pratica del mezzo. Inoltre le condizioni fisiche devono consentire la guida in sicurezza. Non è richiesta laurea in ingegneria o in giurisprudenza, né un fisico da atleta.

Se una persona non ha la patente può comunque circolare a piedi, prendere un mezzo pubblico, andare in bicicletta, chiedere un passaggio. Insomma, chi non è patentato può circolare liberamente, ma non può guidare il veicolo. Poi è compito dello Stato quello di garantire, come servizio pubblico essenziale, che ci sia un sistema di trasporto pubblico efficiente e tale garantire le esigenze del cittadino, senza che lo stesso sia costretto ad utilizzare il mezzo proprio.

Chi non ha la patente, perché impossibilitato o per scelta, o perché non ce l’ha più, non viene etichettato come “opportunista” e nessuno cerca di costringerlo a prendere la patente.

Il semaforo

Il semaforo regola il traffico e può comportare per l’utente della strada l’obbligo di un’interruzione temporanea di marcia (quando scatta il rosso) per una o più decine di secondi, in modo tale da permettere ai veicoli o ai pedoni che incrociano, di poter passare in sicurezza. L’obbligo di fermarsi non comporta la necessità di assumere alcun farmaco né a sottoporsi ripetutamente a test diagnostici (tipo ogni 2 giorni), non comporta dei costi eccessivi (giusto un po’ di consumo di carburante in più per la necessità di fermarsi) ed è limitato a qualche decina di secondi. E’ ragionevole fare stop/attesa/ripresa per garantire una migliore e più sicura circolazione del traffico e non comporta la compressione di diritti fondamentali.

L’utente della strada che dovesse passare con il rosso si espone a sanzione amministrativa e ad eventuali responsabilità civili e penali in caso di incidente. E’ il principio della responsabilità personale: chi cagiona un danno a causa delle proprie azioni o omissioni ne è responsabile.

In ogni caso, qualunque sia il suo livello di responsabilità, eventuali cure mediche di cui dovesse avere bisogno gli sono comunque garantite.

Il divieto di fumo nei locali pubblici

Molti di noi ricordano cosa significa entrare in un locale, soprattutto d’inverno, ai tempi in cui si poteva fumare liberamente. Tanti fumatori hanno accettato malvolentieri l’introduzione del divieto di fumo nei locali. Ma, ad ogni modo, non è stata negata la possibilità di fumare, anche in spazi pubblici, consentendo di fumare in apposite aree fumatori, oppure all’aperto. Giusto la scocciatura di alzarsi dal tavolo e uscire fuori per 5 minuti, per poi rientrare di nuovo. Tra l’altro è anche un’occasione per sgranchire un po’ le gambe e prendere aria, senza stare troppo tempo seduti. Non è poi così male.

Il fumo in un locale chiuso, non solo è terribilmente fastidioso, ma comporta un concentrarsi di aria malsana, carica di fumo, polveri sottili, anidride carbonica e altre sostanze dannose alla salute. Al fumatore è stato imposto un sacrificio accettabile: quello di uscire oppure di rimandare l’accensione della sigaretta. E’ rispettato il principio di un bilanciamento tra l’esigenza di tutelare la salute e di limitare il disagio degli avventori del locale e la libertà per il fumatore di assecondare il suo vizio. Il bene protetto, in questo caso, è la salute pubblica, quella dei soggetti terzi, non quella del fumatore. Costui è libero di disporre della propria salute, anche in suo danno, anche se ha un potenziale costo sociale, e non ha alcuna altra limitazione al di fuori del divieto di cui sopra.

Al fumatore che si ammala di cancro ai polmoni o malattie cardiovascolari connesse al fumo, non sono negate le cure e le prestazioni sanitarie che spettano come per qualsiasi altro cittadino. E fino ad ora nessuno ha auspicato che le spese sanitarie debbano pagarle di tasca propria i fumatori, come invece qualcuno propone per i non vaccinati che dovessero ammalarsi di covid.

Cos’ha in comune il green pass con queste regole?

Uno che entra in un locale pubblico senza green pass non emette sostanze nocive, non sta compiendo un’attività pericolosa e non sta inquinando.

Il green pass certifica che il suo possessore abbia una delle seguenti condizioni: ha fatto il vaccino; ha avuto la malattia covid ed è guarito; ha fatto un tampone con esito negativo; non può fare il vaccino. L’idea di base (almeno quella dichiarata e anche smentita) è che il green pass sia una misura per prevenire il contagio, per consentire di fare determinate attività alle persone di cui sarebbe stata accertata la non contagiosità.

In realtà le evidenze scientifiche dimostrano che anche il vaccinato può contagiare, mentre i tamponi non sono particolarmente affidabili e possono dare sia falsi positivi che falsi negativi. Sebbene i guariti covid abbiano un’immunità più duratura e forte rispetto ai vaccinati, non è dimostrato che non possano contagiare. Paradossalmente, però, la validità del loro green pass dura la metà rispetto ai vaccinati, per i quali l’immunizzazione è più bassa e calante dopo 3-5 mesi.

Poi c’è l’ultima categoria, quella dei soggetti che, sulla base della certificazione medica, non possono essere vaccinati. Per loro c’è il completo via libera, sono quelli potenzialmente più contagiosi e non hanno bisogno nemmeno di fare tamponi.

A fronte di una certificazione fittizia, chi non possiede il green pass subisce una serie di limitazioni non solo nella vita sociale, dello svago, dell’intrattenimento, ma anche nell’esercizio di alcuni diritti fondamentali, come l’accesso al luogo di lavoro, ai luoghi di cultura e di studio, a scuola per prendere il proprio bambino.

Si consideri, inoltre, che secondo un recente studio dell’Università di Oxford, l’80% dei contagi avviene in ambiente domestico, mentre solo 10% avviene in ambito lavorativo o scolastico.

Pensate davvero che il green pass sia un semaforo, o sia paragonabile il divieto di fumare nei locali?

Il senso civico, privo di senso critico, si sta appiattendo sul dovere cieco di osservare del regole. Il green pass è una regola e va obbedita, senza chiedersi altro e senza chiedersi se sia legittima.

Chi conosce almeno un po’ l’ambiente militare, soprattutto quello accademico, sa che i cadetti o, in generale, le reclute vengono sottoposti a degli ordini assurdi, insensati, che qualsiasi persona dotata di senno pensa “perché? A che serve?”.

Ad esempio, viene ordinato di dormire con il maglione del pigiama, ma senza pantaloni. La notte successiva viene ordinato di togliere le mutande e indossare i pantaloni del pigiama. Se a quel cadetto o recluta chiedi “e che senso hanno queste cose!?”, lui tenderà a rispondere, anche un po’ infastidito, “è così, punto e basta!”. Perché ha smesso da un pezzo di chiederselo e sa solo che deve obbedire a qualsiasi ordine, anche il più insensato.

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