Motivi per cui ho aderito allo sciopero contro il green pass

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Sono un dipendente pubblico e queste sono in sintesi le ragioni per cui sono contrario al green-pass e che mi hanno indotto a aderire allo sciopero generale del 15 ottobre 2021.

  • Il Regolamento europeo n. 953, del 14 giugno 2021, sul “green pass” ha l’obiettivo di ripristinare la libera circolazione senza discriminazioni tra vaccinati e non vaccinati. Il “considerando” 36 afferma: “È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, per esempio per motivi medici, perché non rientrano nel gruppo di destinatari per cui il vaccino anti COVID-19 è attualmente somministrato o consentito, come i bambini, o perché non hanno ancora avuto l’opportunità di essere vaccinate o hanno scelto di non essere vaccinate. (…) Inoltre, il presente regolamento non può essere interpretato nel senso che istituisce un diritto o un obbligo a essere vaccinati.” Il legislatore italiano, invece, sta usando il green pass come strumento di condizionamento per limitare i diritti fondamentali e costringere i cittadini a vaccinarsi, in violazione della Regolamento UE.
    Ma le norme dell’Unione Europea prevalgono su quelle nazionali. Inoltre, l’art. 9 del decreto-legge 52/2021, che introduce il “green pass” prevede espressamente l’applicabilità delle norme italiane solo se compatibili con il Regolamento UE 953/2021. Occorre pertanto disapplicare le norme italiane in conflitto con il Regolamenti UE e applicare quest’ultimo.
  • Il Consiglio d’Europa, con la risoluzione n. 2631 del 27 gennaio 2021, ha disposto: “L’assemblea invita gli stati membri e l’Unione Europea ad assicurare: – che i cittadini siano informati che la vaccinazione non è obbligatoria e che nessuno può essere sottoposto ad una pressione politica, sociale o di altro genere affinché si vaccini se non desidera di farlo; – che nessuno sia discriminato per non essere stato vaccinato a causa di possibili pericoli per la salute o perché non vuole farsi vaccinare.”
  • I lavoratori in Italia, invece, sono sottoposti a un ricatto: o ti sottoponi a un trattamento sanitario (vaccino o tampone) oppure non lavori e perdi la retribuzione. Il diritto al lavoro (art. 4 della Costituzione) è un diritto fondamentale: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Il legislatore italiano sanziona chi non ha il green pass con la privazione di un diritto fondamentale, del diritto di lavorare e della retribuzione (violando anche l’art. 36 della Costituzione).
  • Il green pass non ha fondamento scientifico o sanitario, come risulta dalle evidenze scientifiche (tra cui le recenti pubblicazioni del CDC di Atlanta e dell’Università di Oxford) e come ammesso dagli stessi esponenti del governo è una strategia per convincere le persone a vaccinarsi: di fatto è un obbligo surrettizio a sottoporsi a un trattamento sanitario, in violazione dell’art. 32 della Costituzione.
  • Secondo la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea Ogni individuo ha diritto alla propria integrità fisica e psichica. Nell’ambito della medicina e della biologia devono essere in particolare rispettati: il consenso libero e informato della persona interessata, secondo le modalità definite dalla legge.” È necessario il consenso libero e informato a qualsiasi trattamento diagnostico sanitario, compresi i tamponi. Ma il lavoratore è costretto a scegliere tra vaccino e tampone, nonostante la limitatissima affidabilità dei tamponi, che sono stati bloccati dal Center of Desease Control (CDC) statunitense a far data dal 31.12.2021, in quanto soggetti a numerosi falsi positivi (fino al 90%, secondo il New York Times). Gli stessi principi sono chiaramente espressi nella legge 145/2001 di Ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei diritti dell’uomo e della dignità dell’essere umano, dalla Legge 217/2019 che vietano qualsiasi trattamento sanitario e diagnostico se non fondato sul consenso libero e informato del paziente.
  • Il green pass all’italiana viola sotto diverse declinazioni il rispetto e la dignità della persona umana, sia invadendo la sfera intima, sanitaria e privata del cittadino, negandogli autonomia di scelta su decisioni che riguardano la propria salute e il proprio corpo, sia creando delle forme di segregazione sociale per chi, nell’esercizio del proprio diritto di autodeterminazione, decide di non vaccinarsi.
  • Le norme italiane sul green pass sono discriminatorie sotto diversi aspetti, in violazione dell’art. 3 della Costituzione “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione; di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.” In particolare nel limitare l’obbligo del tampone solo a chi, esercitando un proprio diritto fondamentale, sceglie di non vaccinarsi, mentre tale obbligo non è previsto per chi è vaccinato, per chi è guarito da Covid e per chi è esente dall’obbligo di vaccinazione, nonostante la potenziale contagiosità di tutte e quattro le categorie di soggetti. Le discriminazioni irragionevoli sono vietate anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, dalla CEDU (Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo), dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
  • La normativa interna sul green pass viola, altresì, il principio di uguaglianza sostanziale di (art. 3, comma 2, della Costituzione): “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” La previsione dei costi dei tamponi a carico dei lavoratori che decidono, come da loro diritto, di non vaccinarsi, comporta, infatti, un costo eccessivo a loro carico e crea non solo una eccessiva e irragionevole disparità di trattamento tra diverse categorie di soggetti, ma costituisce, altresì, una “monetizzazione della libertà” (come definita dal Prof. Alessandro Boscati, ordinario di Diritto del lavoro all’Università di Milano statale, intervenuto davanti alla Commissione Affari Costituzionali del Senato nella seduta del 6.10.2021), in cui ad essere maggiormente penalizzate sono le categorie lavorative con i livelli retributivi più bassi.

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