Crisi idrica come collettore verso la privatizzazione dell’acqua?

Contro la volontà popolare del referendum del 2011, il governo Draghi pone le basi per la privatizzazione dell’acqua pubblica. Ecco le possibili conseguenze della mercificazione di un bene primario.

Ismail Serageldin, ex vicepresidente della Banca Mondiale, nel 1995 affermò che “se le guerre del XX secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del XXI secolo avranno come oggetto l’acqua”.

La chiamano “oro blu” ed è effettivamente l’oggetto del contendere di sempre più numerosi conflitti bellici tra diversi Paesi, o guerre intestine, e che presto potrebbero aumentare a livello esponenziale.

Ma potrebbero aggravarsi o sorgere nuovi conflitti interni, tra governi centrali e popolazioni locali, a causa di misure di austerità, interventi sui sistemi idrici, aumento dei costi di accesso all’acqua.

L’acqua, insieme all’aria, è il bene più prezioso e costituisce un bisogno primario e per questo fa gola agli speculatori, a chi sa di poter costruire le proprie fortune su uno stato di bisogno costante e permanente delle collettività.

Il diritto all’acqua è stato definito dalla risoluzione ONU del 28 luglio 2010 come “diritto umano universale e fondamentale” e gli stati dovrebbe garantire l’accesso all’acqua potabile a tutti gli individui, proteggendoli da interessi speculatori e azioni privative di questo diritto. Ma questo non sempre accade. Anzi, spesso i governi sono più propensi a garantire il profitto dei privati che ad assicurare l’accesso universale all’acqua potabile.

Il caso Italia: la privatizzazione dell’acqua contro la volontà popolare

Nel nostro Paese sono sempre pressanti i tentativi di dare in mano ai privati la gestione dell’acqua pubblica, ignorando la volontà espressa dagli italiani con il referendum del 2011. Per dare attuazione all’esito referendario, occorreva adottare una legge che ripristinasse la gestione interamente pubblica dell’acqua. Ma negli anni successivi si è tentato di aggirare la volontà popolare. Il più noto tentativo, fino ad oggi, è quello del decreto “Sblocca-Italia”, del governo Renzi.

Il Governo Draghi è riuscito a far inserire un emendamento al testo legislativo del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che potrebbe vanificare il referendum, in sfregio alla volontà popolare.

Di notte, con il volto coperto… da una mascherina, il 15 dicembre 2021, il Parlamento ha approvato questo emendamento dell’ultimo momento che getta le basi per l’affidamento ad un “gestore unico” (o a più gestori unici territoriali).

L’emendamento introduce il comma 2-ter all’articolo 147 del Codice dell’Ambiente e recita così:

Entro il 1° luglio 2022, le gestioni del servizio idrico in forma autonoma per le quali l’ente di governo dell’ambito non si sia ancora espresso sulla ricorrenza dei requisiti per la salvaguardia di cui al comma 2-bis, lettera b), confluiscono nella gestione unica individuata dal medesimo ente. Entro il 30 settembre 2022, l’ente di governo dell’ambito provvede ad affidare al gestore unico tutte le gestioni non fatte salve sensi del citato comma 2-bis)).”

Casualità ha voluto che il termine assegnato (1° luglio) ricadesse proprio nei giorni in cui è stata dichiarata l’emergenza idrica in 5 regioni del nord, seguita poi da altre regioni.

Non è del tutto chiara la portata di questo emendamento, ma leggendo tra le righe si può dedurre una poco velata intenzione di privatizzare la gestione dell’acqua.

Sono sostanzialmente i Comuni ad essere chiamati ad esprimersi, ma l’emendamento è passato un po’ in sordina e gli amministratori di questi enti non sembrano essere stati sufficiente informati e supportati nell’adempimento richiesto. Alcuni Sindaci, interpellati sulla questione, sono un po’ caduti dal pero, dichiarando di non esserne al corrente. Ed ora l’ultimatum è scaduto.

Ma come si fa a superare la volontà espressa dal referendum?

La legittimazione di un’eventuale privatizzazione dell’acqua, in contrasto con quanto espresso dal referendum del 2011, poggerebbe ancora una volta su un’emergenza idrica. E qui gli argomenti non mancheranno.

Il primo argomento è quello dello spreco e della dispersione dell’acqua. Questione annosa, che il pubblico non ha mai voluto risolvere. Più della metà dell’acqua che scorre negli acquedotti delle regioni del Mezzogiorno viene dispersa.

Nemmeno il dato relativo alla media nazionale, secondo la Relazione annuale ARERA 2020, è incoraggiante: il 43,7% dell’acqua viene dispersa dalle tubature. L’Italia è il fanalino di coda dei Paesi UE, dove mediamente la dispersione dell’acqua è del 15%.

La siccità e il cambiamento climatico sono e saranno ulteriori argomenti, i quali saranno utilizzati soprattutto per giustificare misure di razionamento dell’acqua, sospensioni programmate dell’erogazione e divieti e limitazioni all’utilizzo dell’acqua (per irrigare i prati e gli orti privati, lavare la macchina, fare la doccia, ecc…). Lo stress e il disagio provocati da questo stato di privazioni saranno ulteriore argomento per convincere i cittadini che privatizzare è l’unica soluzione, per migliorare l’efficienza dei sistemi idrici e non dover più adottare queste restrizioni.

Il modello sarà quello già collaudato durante la pandemia. Una prima fase con le privazioni di libertà e limitazioni alle attività economiche e ricreative, per contenere la diffusione del virus e dei contagi; una seconda fase in cui le libertà e la possibilità di riaprire sarebbero state restituite (quasi integralmente) in cambio della vaccinazione.

Una grave privazione rende le masse più disponibili ad accettare una dazio da pagare, nella promessa di tornare alla “normalità”.

Lo stesso schema si ripeterà con la gestione dell’emergenza climatica-energetica.

Cosa comporterebbe la privatizzazione dell’acqua?

La privatizzazione della gestione dell’acqua comporterebbe l’assoggettamento di un bene primario, vitale, alle logiche di mercato. Una società per azioni punta sul profitto, sul concetto di “minima spesa – massima resa”, deve soddisfare gli interessi degli azionisti e dividere gli utili. E questo profitto finisce in bolletta.

Dal 2011 ad oggi non è stata mai data attuazione a quella volontà referendaria del 2011, che chiedeva di far tornare la gestione interamente al pubblico, per cui la gestione è spesso rimasta mista pubblico-privata. E laddove la gestione è mista, già da anni ai privati viene riconosciuto un profitto, che in bolletta va sotto la voce “oneri finanziari”.

Questa situazione andrebbe ad accentuarsi ed il peso dei profitti sui costi in bolletta sarebbe ancora più consistente.

Inoltre il privato che non opera in regime di concorrenza, ha poco interesse a investire sul miglioramento delle infrastrutture idriche. L’acqua che viene dispersa viene comunque pagata, anche se non arriva a destinazione.

Un aumento generalizzato del costo dell’acqua, poiché questa costituisce un bene essenziale anche per le attività produttive, dall’agricoltura all’industria, comporterebbe un ulteriore lievitazione dei prezzi.

Sarebbero soprattutto le piccole e medie aziende, oltre alle famiglie, già duramente provate da 2 anni di restrizioni e dal caro energia, a subire il colpo più duro. Se sono già ora decine di migliaia le imprese che rischiano la chiusura, un ulteriore aumento dei costi significherebbe la morte di ulteriori migliaia di attività produttive con conseguente perdita di posti di lavoro.

Infine, la logica di mercato, rischia di favorire l’avanzare della desertificazione, che già, secondo un rapporto del 2021 dell’Associazione Nazionale Consorzi di gestione e tutela del territorio e acque irrigue, interessa il 20% del territorio italiano.

Il Salento a rischio desertificazione, nell’inerzia delle istituzioni

Il Salento è una terra con poche e modeste aree boschive, che a causa di fattori climatici e ambientali, ma soprattutto degli incendi, della cementificazione e delle trasformazioni agricole in atto, è a rischio desertificazione.

Già in alcuni periodi dell’anno versa in una situazione di deficit idrico, in cui il fabbisogno di acqua è maggiore di quella disponibile.

Ciononostante, senza intervenire per contrastare questo fenomeno, senza adottare piani di contrasto alla desertificazione e di rimboschimento, la Regione Puglia sta puntando sull’agricoltura intensiva e superintensiva, la quale richiede l’utilizzo di ingenti quantitativi di acqua.