TAP: tre inchieste penali pendenti relative al gasdotto

inquinamento falda san basilio - cantiere tap

La Procura di Lecce ha aperto un nuovo fascicolo per l’inquinamento della falda acquifera di San Basilio. Quanto all’inchiesta sull’assoggettabilità a Seveso, spunta una documentazione della stessa TAP che potrebbe sconfessare le sue tesi difensive.

Sono tre ora i procedimenti penali pendenti riguardanti la realizzazione del gasdotto TAP: la prima riguarda l’ipotesi di elusione della normativa Seveso sul rischio di incidenti rilevanti, la seconda riguarda la presunta violazione di vincoli paesaggistici in contrada “Le Paesane” a Melendugno ed il trattamento degli ulivi fuori dal periodo autorizzato e, da ultimo, si è aggiunta la terza, riguardante l’inquinamento della falda di San Basilio, dove erano stati iniziati i lavori per la realizzazione del microtunnel e del pozzo di spinta.

Ma questa mattina TAP, senza nulla dichiarare in merito alla terza inchiesta penale, ha inviato un comunicato stampa per rendere noto che ‘la scorsa notte, nell’area di proprietà di TAP dove sono in corso le attività di costruzione del terminale di ricezione, ignoti hanno strappato da alcuni ulivi le reti di protezione che erano state posizionate in coordinamento con le competenti funzioni delle autorità fitosanitarie locali.’

L’ultima inchiesta sulle attività TAP: l’inquinamento della falda

Alla fine dello scorso luglio, si è appreso del superamento in più punti di rilevazione delle CSC per i parametri di Nichel, Nitriti (Azoto Nitroso), Cromo VI, Solfati e Arsenico. La falda di San Basilio risultava fortemente contaminata, con elementi altamente pericolosi, ragion per cui il Sindaco, Marco Potì, aveva emanato un’ordinanza contingibile e urgente, con la quale disponeva il divieto di emungimento dell’acqua dai pozzi fino a 500 metri rispetto al tracciato del gasdotto TAP. Le analisi, come previsto dalle prescrizioni, sono state svolta da TAP e già a novembre 2017 la falda risultava inquinata.

Secondo il Comune di Melendugno la causa è da attribuire ai lavori di TAP, ipotesi che sarebbe suffragata anche dalle note di ARPA Puglia del 15 e del 31 gennaio, con cui si affermava la mancata ottemperanza delle prescrizioni A.36 e A.55. In poche parole, TAP non avrebbe impermeabilizzato l’area e non avrebbe predisposto tutte le misure idonee a proteggere il suolo, il sottosuolo e la falda, mentre ‘le acque derivanti dalle superfici delle aree di cantiere e di deposito, sia di lavaggio che di prima pioggia, non risultavano convogliate e raccolte in apposite vasche e serbatoi per poi essere avviate ad idoneo impianto di trattamento secondo la normativa vigente’.

A febbraio il Movimento No TAP aveva lanciato l’allarme, corredato da alcuni filmati, con cui denunciava ‘il probabile sversamento di sostanze inquinanti all’interno della falda acquifera di San Basilio durante le operazioni di costruzione del pozzo di spinta’. TAP dal canto suo si era difesa sostenendo che la falda fosse inquinata già da prima dell’inizio dei lavori.

Tuttavia, la prescrizioni contenute nelle autorizzazioni hanno imposto a TAP di eseguire un PMA (piano monitoraggio ambientale), ante operam, a lavori in corso e post operam, ed il Codice dell’ambiente imporrebbe alla società di comunicare immediatamente alle Autorità competenti (ARPA, ASL, Provincia, Comune) gli sforamenti dei parametri, al fine di avviare una apposita conferenza di servizi.

Ma in base ai dati disponibili, le prime analisi che rilevano lo sforamento dei parametri è relativo a campioni prelevati a novembre 2017, quando i lavori erano già iniziati.

Ora la Procura ha aperto un fascicolo di indagine, affidando ai carabinieri del NOE il compito di verificare l’idonea impermeabilizzazione del cantiere e la possibile perdita di sostanze pericolose nel suolo, nel sottosuolo e nella falda. L’ipotesi è che l’area sia stata contaminata con il cemento utilizzato da TAP. Sempre su delega della Procura di Lecce, ARPA ha effettuato dei campionamenti, di cui l’ultimo lo scorso 4 ottobre, sia dell’acqua sia del cemento.

chiazza bianca san foca

Sempre in tema di inquinamento, in questi scorsi cittadini di Melendugno e Movimento No TAP stanno segnalando sulla costa di San Foca, in corrispondenza della nave Adhemar D/Snt Venant, impegnata nelle operazioni preliminari allo scavo dell’exit point del microtunnel, delle chiazze bianche e un intorbidimento dell’acqua in alcuni punti.

Sarebbero stati fatti anche dei prelievi per analizzare le sostanze e verificarne la provenienza e l’eventuale riconducibilità all’attività di TAP in mare. I cittadini chiedono garanzie e chiarimenti a chi di dovere. Non risulta, al momento, che la Procura stia indagando anche su questi fatti.

Normativa Seveso: TAP con la sua documentazione potrebbe essersi tradita

Entro il 18 novembre i consulenti tecnici nominati dal Gip dovrebbero depositare la relazione relativa all’incidente probatorio, che avrà il fine di stabilire se è stata elusa la normativa Seveso sul rischio incidenti rilevanti e se il gasdotto TAP è da assoggettare a tale normativa.

In base ad una precedente inchiesta, TAP ne risultava esente in base a due assunti principali. Il primo riguarda la natura della centrale di depressurizzazione, il PRT. Per essere assoggettata a Seveso, il PRT dovrebbe rientrare nella nozione di “stabilimento”, mentre secondo le tesi della difesa, condivise dai magistrati della prima inchiesta, si tratterebbe semplicemente di un “impianto”, sul presupposto che non ci sarebbe “manipolazione di gas”.

Ma, come riportato in un recente articolo pubblicato da IlFattoQuotidiano, è la stessa TAP, nella relazione tecnica sull’“Analisi di rischio del terminale di ricezione italiano e del relativo gasdotto”, a definire il PRT come “stabilimento” e lo fa per ben 28 volte. Ora TAP sostiene che non è uno stabilimento e grazie a questa definizione si è affrancata dall’applicazione della Seveso.

Questa relazione fu depositata a novembre 2014, in risposta alle richieste di integrazione del Comando provinciale dei Vigili del fuoco, chiamati a rilasciare il NOF (nulla osta di fattibilità). Nella conferenza di servizi, del 3 dicembre 2014, che decideva sull’applicazione della Seveso, il Ministero dell’Ambiente cambia idea e sostiene la non assoggettabilità di TAP a Seveso e la posizione viene condivisa anche dai Ministeri dell’Interno e dello Sviluppo Economico

Risultato: il progetto è stato esentato dalla normativa sul rischio incidenti rilevanti, in quanto il PRT è considerato come un ‘elemento connesso con il sistema di trasporto del gas’, non rientrante ‘nella nozione di stabilimento’. TAR Lazio e Consiglio di Stato, hanno ritenuto tutto legittimo.

La documentazione di TAP è agli atti della nuova inchiesta e nei prossimi giorni si conoscerà se quelle di TAP verranno considerate parole in libertà, oppure se il fatto che la stessa società consideri il PRT come stabilimento verrà considerato rilevante e magari decisivo per le sorti di questo progetto.

Progetto-PRT-TAPIl secondo punto riguarda il quantitativo di gas che sarà contenuto nel PRT, che in base alla documentazione presentata da TAP, sarà di 48,6 tonnellate, rispetto ad una soglia limite di 50 tonnellate. I consulenti tecnici della precedente inchiesta non avevano effettuato i conteggi per verificare la correttezza dei calcoli effettuati da TAP. Eppure sarebbe stato molto utile, soprattutto se si considera che inizialmente, nel 2013, il Comando provinciale dei Vigili del fuoco aveva stimato in 100 tonnellate questo quantitativo, oltre il doppio rispetto a quanto riportato da TAP.

L’attenzione si concentra ora sui tre consulenti della Procura. Nei giorni scorsi è sorto un caso, una potenziale incompatibilità sollevata da Michele Emiliano, su uno dei consulenti della Procura, chiedendone la sostituzione in virtù della sua vicinanza professionale con uno dei periti nominati da TAP, essendo docenti presso la stessa Università. Il consulente della Procura, in particolare, avrebbe anche giudicato l’idoneità all’insegnamento del perito di TAP. Ma per il Gip non c’è alcuna incompatibilità e ha rigettato la richiesta di Emiliano, il quale nelle scorse ore ha convocato i Sindaci per definire una strategia difensiva.
Figurano tra gli indagati il country manager TAP Italia, Michele Mario Elia (già condannato in primo grado per disastro colposo e omicidio colposo plurimo a sette anni e mezzo di reclusione per la cd. “strage di Viareggio”), la rappresentante legale di TAP Clara Risso e il Direttore generale delle Infrastrutture energetiche del Mise Gilberto Dialuce.

Se la consulenza dovesse sconfessare le tesi di TAP, verrebbero rimessi in discussione l’autorizzazione unica, il decreto di compatibilità ambientale e probabilmente l’intero progetto, in quanto le misure di sicurezza e le distanze dai centri abitati e dai luoghi sensibili non sarebbero sufficienti a scongiurare il rischio incidenti rilevanti.

Inchiesta su vincoli paesaggistici e ulivi

sequestro cantiere tap

Infine c’è un’altra inchiesta aperta a seguito di un esposto presentato il 26 aprile 2018 dai parlamentari del Movimento 5 Stelle Daniela Donno e Diego De Lorenzis, a seguito di un sopralluogo effettuato alcune ore prima accompagnati da Michele Mario Elia e alcuni tecnici di TAP.

Le indagini riguardano l’installazione della recinzione realizzata in una zona di notevole interesse pubblico soggetta a vincolo assoluto di indisponibilità, in contrada “Le Paesane”, ed il trattamento degli ulivi, che in base all’autorizzazione può essere svolta solo nei mesi invernali, precisamente da dicembre a febbraio. Per tali motivi il cantiere è stato sottoposto a sequestro.

Facebook Comments

Laureato in giurisprudenza, scrivo, racconto, facendomi domande, senza cercare risposte facili. Più che giudicare mi interessa comprendere. Sono stato cofondatore e caporedattore della Testata TagPress.it. Al momento gestisco il blog SalentoMetropoli.it e collaboro come freelancer per altre testate.

One thought on “TAP: tre inchieste penali pendenti relative al gasdotto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *